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Edoardo De Angelis: «Per me fare cinema è un dono»

Incontro con il regista al Tokyo International Film Festival dove ha presentato, in concorso, Il vizio della speranza.
di Emanuele Sacchi

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lunedì 29 ottobre 2018 - Tokyo Film Festival

Fresco di un'onorificenza importante come il Premio del pubblico vinto alla Festa del Cinema di Roma, Il vizio della speranza miete consensi anche dall'altra parte del mondo. Yoshi Yatabe, Programming Director per la sezione competitiva del Tokyo International Film Festival, ha fortemente voluto l'opera seconda di Edoardo De Angelis in concorso. Yatabe vede in De Angelis il futuro del cinema italiano e in questo film l'evoluzione naturale del percorso inaugurato con Indivisibili. L'occhio straniero probabilmente guarda oltre i limiti del campanilismo e del localismo, individuando suggestioni che sul critico o spettatore italiano non hanno effetto, o peggio rappresentano un deterrente. Perché indubbiamente il cinema di Edoardo De Angelis si nutre di elementi che appartengono al folklore locale, in senso lato: ossia un contesto ambientale che va dalla musica di Enzo Avitabile e dalle sue contaminazioni con i ritmi africani allo spaccato neorealista sulla spazzatura di Castel Volturno. Rifiuti abbandonati, al pari di quanto avviene agli esseri umani che abitano una terra in cui non esistono più legge né Stato. Resta solo, per qualcuno, il "vizio" inestirpabile della speranza, come da citazione di Scerbanenco, riportata all'inizio del film.

De Angelis non ha paura di caricare di simboli il suo racconto, arricchendo il suo linguaggio di contrasti: il naturalismo si sposa così con un simbolismo a tinte forti, il dramma esistenziale all'allegoria universale.
Emanuele Sacchi

I nomi dei personaggi - Fatima, Virgin, Maria - suggeriscono l'approdo di una storia che sconfina sempre più nella parabola mariana, nella ricerca del sacro nel luogo più remoto e distante dall'intervento divino. La sensibilità apparentemente lontana del pubblico giapponese è stata toccata dai toni intensi del regista casertano, in un cortocircuito culturale che racconta più di mille parole l'universalità e la potenza intatta del linguaggio cinematografico.

Cosa puoi dirci del feedback ricevuto qui a Tokyo per il tuo film?
Il pubblico giapponese ha reagito con un rispetto che mi ha colpito. Hanno anche osservato, in totale silenzio, il minuto di quiete che avevamo chiesto per ricordare Michele Carrillo (regista casertano 42enne di grande avvenire, prematuramente scomparso il 26 ottobre, nda): era un padre, una persona molto dolce e di grande talento. È bastato pronunciare queste parole per stabilire una comunicazione con il pubblico giapponese, anche se nessuno dei presenti lo conosceva. Mentre tra il Festival di Toronto e la Mostra di Venezia non riscontro grandi differenze, qui c'è una forma di contrizione emozionale che è indubbiamente lontana dalla reazione occidentale.

Anche le domande che mi vengono poste o il loro costrutto sono particolari. Ma sono tutte differenze di superficie, in realtà le emozioni che si muovono sono le medesime. «Perché un luogo così e una donna così? Dove sono finiti gli uomini? Chi è quello sconosciuto che ci rimbocca le coperte mentre dormiamo?» Sono le domande che ci poniamo tutti in tutto il mondo, al di là di questo film e di questa realtà. Questo film voleva porre domande universali, che l'uomo si pone da sempre, attraverso un lavoro di sintesi e disvelamento che il cinema può realizzare. È una ricerca che non ha mai fine e che un po' appaga e un po' lascia inquieti.


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Una scena del film.
Una scena del film.
Una scena del film.

Pensi che la reazione della stampa italiana rispetto a quella estera sia stata diversa? In termini di empatia pensi che ce ne sia stata di più o di meno?
Dai primi riscontri che ho letto sembra che il film abbia colpito e abbia lasciato il segno.

Il direttore della programmazione del concorso del festival di Tokyo era entusiasta del film. Hai avuto modo di parlare con Yoshi Yatabe?
Sì, avevo già ricevuto una lettera molto affettuosa da lui. Quando l'ho incontrato ho percepito una grande passione per il cinema, per quello italiano in particolare e, infine, per il mio film. Per me rappresenta un'altissima forma di restituzione quando capisco che il mio film è "arrivato". Per me fare cinema rappresenta una sorta di dono, e quando fai un regalo ti aspetti che piaccia. Quando l'amico scarta il regalo e ti dice «è proprio quello che volevo» è la più alta forma di restituzione di cui si possa godere. Da Yoshi ho avuto questo e quindi non vedevo l'ora di incontrarlo.

E del Giappone e della città di Tokyo, in particolare, cosa mi dici? Come ti trovi qua?
Dire che è meravigliosa è scontato, ma la cosa che mi colpisce di più è la sua diversità. Oggi con la globalizzazione imperante i luoghi si assomigliano troppo, persino nei sapori e negli odori. Tokyo invece continua ad avere un suo aspetto, un suo odore e un suo modo di esistere, lontano da noi. E quindi affascinante.


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