I bambini sono la bocca della verità. Non sono in grado di mentire,non riescono,sono portatori di purezza incontaminata che non hanno ancora conosciuto la turpe falsità adulta.
Vinterberg ritorna. E sembra più forte di sedici anni fa ai tempi del lento “Festen”, la festa in famiglia più antiborghese degli anni ’90. In questo nuovo film, dall’enigmatico titolo “Il sospetto” il regista si concentra su tematiche volutamente riflessive e “pruriginose”che viaggiano su due binari distinti ma spesso non pienamente visibili: l’atto scandaloso e la testimonianza di aver visto qualcuno compiere tale atto. Cambia il punto di vista,cambiano le accezioni ma in una piccola comunità come è quella del film, le conseguenze del gesto si rivelano perniciose e inaspettate.
Lucas è un insegnante d’asilo, divorziato con una nuova vita alle spalle: ha un figlio, Marcus, una donna che lo ama (così sembra) e una villetta in cui vivere placidamente. Una bambina, Klara, figlia del suo migliore amico di caccia, lo accusa, a seguito di un rifiuto alla sua infantile confessione d’amore (il cuoricino regalato e il bacetto in bocca), di aver ricevuto dal tutore delle attenzioni sessuali. Da qui l’irreparabile, la nascita di una serie di illazioni alla Espiazione di Mc Ewan. Lucas,considerato prima dalla comunità un grande amico, probo,onesto e di sani principi diviene agli occhi del popolo “il mostro”, il pederasta, il maniaco. Deciso a non arrendersi e coadiuvato dal figlio che non ha mai smesso di credere in lui, Lucas lotta per l’innocenza che sente sua di diritto,contro le opinioni della gente, contro quelli che una volta riteneva essere suoi amici e fidati conoscenti. La ricercata verità e affermazione dei diritti sarà solo l’inizio di una lunga rappresaglia che vedrà come agnello sacrificale il (finora) mite Lucas.
Trame similari non sono certamente foriere al cinema, figurarsi quello danese che ha fatto del crollo della società borghese il suo leit-motiv . Ne sanno qualcosa Lars Von Trier con Dogville,Il grande capo o Susanne Bier con Things we lost in fire che nelle loro pellicole hanno analizzato in dettaglio la cattiveria nascosta sotto litri di melassa che alberga nell’animo umano. Vinterberg sembra proseguirne il filone -almeno in apparenza- instilla un dubbio di cui lo spettatore ne conosce già l’infondatezza (a differenza della precedente pellicola di Patrick Shenley) e decostruisce la vita e l’affetto sociale del capro espiatorio della comunità. E in questo non ci sarebbe nulla di male tuttavia Il sospetto non mostra una scelta di posizione ben precisa finendo per rendere lo sviluppo fragile e innaturale a causa di una regia poco fluida e ricca di momenti assai in distonia col contesto che talora risultano forzati (vedi la scena del pestaggio al supermercato oppure lo scontro tra Lucas e il padre di Klara in chiesa il giorno di Natale).
Una buona introduzione con una decisa e convincente caratterizzazione, almeno del protagonista principale (gli altri sono appena abbozzati a ruoli di macchiette secondari) non è sufficiente a permettere lo sviluppo di un soggetto che a grandi linee risulta credibile e ben documentato, pur mancando di una linearità e di una sufficiente forza emotiva da consentire un impatto sul pubblico. Non c’e’ qui una ricercata partecipazione alle paturnie di Lucas, lo spettatore non sente un’empatia nei confronti dello sfortunato insegnante perché tutto è noto,visibile, coerente,anti emozionale.
Causa implica effetto. Ragione implica salvezza se operata con la fede. Resta l’ombra di inquietudine, un velo di soffuso dubbio e di sottile tensione che trascende l’onniscenza ma è oramai troppo tardi. Il meccanismo è stato messo in moto e addirittura ha raggiunto la destinazione
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