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Ultimo aggiornamento giovedì 10 dicembre 2020
Un uomo e una donna in difficoltà si aiutano a vicenda e fanno i conti con una politica sociale molto ostile. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai David di Donatello, ha ottenuto 5 candidature e vinto un premio ai BAFTA, ha vinto un premio ai Cesar, ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai London Critics, In Italia al Box Office Io, Daniel Blake ha incassato 1,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant'anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell'assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un'occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell'invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna, Katie, madre di due figli che, senza lavoro, ha dovuto accettare l'offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla.
È bello ogni tanto verificare che i registi si contraddicono. Era accaduto qualche anno fa con Ermanno Olmi che, presentando Centochiodi, aveva dichiarato che non avrebbe girato più film di finzione. Fortunatamente per noi ne ha già realizzati altri due. Lo stesso succede ora per Ken Loach che sembrava, a sua volta, rivolto al documentario e invece ci regala un film di quelli che solo lui può offrirci. Carico cioè di uno sguardo profondamente umano e al contempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo inscalfibile. Per farlo è ritornato, insieme al fido Paul Laverty, per documentarsi, nella sua città natale, Nuneaton, in cui partecipa all'attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.
Già dal titolo ritorna alla necessità inderogabile di non cancellare la forza dell'identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell'800 dickensiano. I nomi di persona hanno segnato alcuni dei suoi film più importanti (La canzone di Carla, My Name is Joe, Il mio amico Eric e il precedente Jimmy's Hall). Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i 'tagli' alla spesa sociale e dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà (è questo il termine giusto) delle regole che debbono applicare.
Daniel e Daisy conoscono il senso della solidarietà e non intendono farlo dissolvere per colpa di chi ne ha volutamente smarrito qualsiasi traccia. La scena più intimamente toccante, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio, si svolge non a caso in un Banco alimentare. Si tratta di quelle realtà che un tempo si sarebbero definite caritatevoli e che oggi prendono il posto che dovrebbe spettare a uno Stato degno di questo nome, con tutta la precarietà che deriva dal volontariato. Non è necessario andare a Newcastle essendo sufficiente passare nelle prime ore del giorno dinanzi ai punti di distribuzione di associazione anche laiche come, ad esempio, Pane Quotidiano a Milano per vedere lunghe file di persone che attendono di poter ricevere la razione alimentare. Il numero di coloro che non sono extracomunitari aumenta ogni giorno. Allora in questo mondo libero Ken Loach continua a proporci le esistenze di persone qualunque con la forza di chi non descrive ma partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde (la perdita o l'impossibilità del lavoro). Daniel, Daisy e i suoi due figli si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una tranche de vie con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio.
Il tempo è galantuomo. All'epoca della Palma d'Oro al Festival di Cannes, maggio 2016, il premio a Io, Daniel Blake era stato contestato da molti spettatori e inviati, al solito irritati dal conservatorismo delle giurie. In fondo, il nuovo film di Ken Loach assomiglia a tutti gli altri del regista, e secondo i contestatori l'aver attribuito l'ennesimo riconoscimento a un regista così assestato era un'occasione perduta. Poi, col passare dei mesi, queste polemiche si sono assopite e il nuovo pamphlet di Ken il rosso ha raggiunto le sale circondato da lodi quasi unanimi. In alcuni casi, Io, Daniel Blake viene persino classificato come il miglior film della sua carriera.
Cercando di ragionare più pacatamente e senza pulsioni gerarchiche nella filmografia del cineasta inglese, bisogna intanto osservare i dati anagrafici. Ebbene, quest'anno Loach ha compiuto 80 anni e festeggerà tra pochi mesi il mezzo secolo di lungometraggi. Si tratta di un traguardo che ha dell'incredibile: per alcuni la sua cocciutaggine è sinonimo di testardaggine e ideologismo, per altri fa semplicemente rima con coerenza.
Tutto, di fronte a Io, Daniel Blake, sembra confermare lo status quo della sua filmografia.
Il tema delle ingiustizie lavorative, l'esclusione dei più deboli dal consesso sociale, gli ostacoli che la burocratizzazione pone ai meno istruiti, la ferocia del sistema nascosta nelle regole apparentemente asettiche, lo spaccato dei quartieri proletari, la solidarietà tra le classi subalterne (forse il dato più contestato al regista in quanto inverosimile), la sensazione che tutto congiuri per portare i protagonisti spalle al muro.
Al tempo stesso, però, su Loach ha sempre prevalso - complice la sua personalità militante e pubblica - il contenutismo delle interpretazioni, dimenticando che Loach si è fatto le ossa nel nuovo cinema inglese, ha sperimentato formule e codici, ha cercato di stare al passo con la mutevole società che raccontava, ha sapientemente dosato opere più drammatiche come questa e sprazzi di commedia, come Il mio amico Eric o La parte degli angeli, e ha letteralmente inventato un modo di dirigere sequenze collettive e di dialogo (con la polifonia delle voci e il realismo delle sovrapposizioni).