LA VERITÀ SECONDO MAUREEN K., UN BRUTALE E IPERREALISTICO DOCUMENTO SULLE DINAMICHE DI POTERE E DI GENERE

Jean-Paul Salomé ritrova l’attrice-effigie Isabelle Huppert e porta sullo schermo la storia vera della sindacalista Maureen Kearney, aggredita in casa sua e poi sospettata di aver inventato tutto. Al cinema.

Luigi Coluccio, giovedì 21 settembre 2023 - Focus
Isabelle Huppert (Isabelle Ann Huppert) (72 anni) 16 marzo 1953, Parigi (Francia) - Pesci. Interpreta Maureen Kearney nel film di Jean-Paul Salomé La verità secondo Maureen K..

Maureen Kearney sembra stare ogni volta da un’altra parte – è irlandese ma vive in Francia, ha rapporti con i potenti ma è una sindacalista, è una donna in un mondo di uomini. Straniera, contraria, femminile, rappresenta tutto quello che non dovrebbe mai accedere alle stanze del potere e ai giochi di poltrone. Per questo diventa, ad un certo punto della sua storia, la vittima ideale; e ancora più per questo, quando viene accusata di aver messo in scena il proprio stupro, si trasforma nella vittima insufficiente: anni prima aveva subito un’altra violenza ma in quell’occasione non portava le mutandine, stavolta si mette in dubbio il fatto che in sei ore di prigionia non sia riuscita ad espellere un coltello infilatole nella vagina dalla parte del manico. È una vittima, ma mai abbastanza.

Una questione di potere, che altro? E soprattutto una questione di potere maschile. Attorno questi due poli – che poi sono la stessa cosa – ruota e prende direzione La verità secondo Maureen K., nuova collaborazione tra il regista-tuttofare Jean-Paul Salomé e l’attrice-effigie Isabelle Huppert, titolo presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 2022 e ora in uscita in sala grazie a I Wonder Pictures.

La syndicaliste, questo l’originale francese, è tratto dall’omonimo libro-inchiesta di Caroline Michel-Aguirre (responsabile delle indagini investigative de L’Obs, il vecchio Le Nouvel Observateur), tutto ancorato alla vera storia di Maureen Kearney, che da straniera, sindacalista e donna si è ritrovata a fronteggiare quello che era – è? – il fronte economico e politico più imponente della società francese, cioè quello nucleare.

È il 2011 quando lo schema si mette in moto. Maureen Kearney fa parte della Confédération française démocratique du travail (CFDT) e dell’European Works Council, ruolo che la pone come argine di difesa dei diritti dei lavoratori all’interno della multinazionale del nucleare Areva. Con 44.000 dipendenti nel mondo, e 29.000 solo in Francia, Areva non è solo un colosso occupazionale ma anche un asset strategico della grandeur geopolitica francese, visto che si tratta della più importante costruttrice di centrali e reattori a livello internazionale. La società, però, sta passando un momento difficile, tra un debito che si alza sempre di più, l’abbandono della storica CEO Anne Lauvergeon il cui posto sarà preso dall’eterno numero 2 Luc Oursel, e i tentativi di acquisto da parte dell’altro moloch nazionale EDF (Electricité de France, la più grande azienda fornitrice di energia nucleare al mondo).

Proprio in mezzo a questo crocicchio di tensioni e interessi, Maureen riceve la soffiata di una gola profonda di EDF che le spiffera di un accordo tra la nuova Areva a guida Oursel, Electricité de France e i cinesi di China General Nuclear Power Corporation (CGNPC), per la costruzione di nuove centrali in tutto il mondo grazie ad accordi commerciali poco chiari. La sindacalista inizia ad indagare, presa dal legittimo timore delle migliaia di licenziamenti che un simile scenario prevede, come anche del trasferimento predatorio di capacità tecnologiche da Areva alle altre due società. E lo schema si chiude attorno a lei. 

Telefonate senza risposta, pedinamenti, minacce dirette o indirette, il tutto mentre Maureen fa quello che sa fare meglio: scrivere rapporti, convocare assemblee, incontrare politici, con l’idea fissa in testa e nell’etica di portare alla luce l’accordo. Poi, la mattina del 17 dicembre 2012, la violenza incrina ogni cosa. Maureen viene assalita in casa, incappucciata, trascinata in cantina, immobilizzata. Sul petto le incidono con un coltello la lettera “A”, e poi quel coltello le viene inserito a forza nella vagina dalla parte del manico. Maureen perde conoscenza, rimane in quella posizione per sei ore finché la domestica non la trova. Arriva la polizia, parte un’inchiesta e lo schema incombe di nuovo sulla sindacalista.

Da qui prende l’abbrivio il secondo polo, la seconda parte del film di Salomé, che da thriller politico-cospirazionista si trasforma in un brutale e iperrealistico documento sulle dinamiche di potere che schiacciano ogni discorso di genere.

Maureen, infatti, dopo appena un mese vede la sua posizione ribaltata, e da accusatrice scivola nel ruolo dell’accusata: la polizia non crede alla ricostruzione della violenza e la indaga per “denuncia di un crimine o delitto immaginario”. Si dovrà aspettare fino al 2018 – con in mezzo anche una condanna a cinque anni con sospensione e 5.000 euro di multa – prima che Maureen venga prosciolta definitivamente. 

Se Isabelle Huppert porta sullo schermo un’altra delle sue interpretazioni intoccabili – e il lavoro fisico fatto per assomigliare alla vera Maureen è impressionante –, Jean-Paul Salomé riesce a tenere insieme questo racconto-apologo sul capitalismo che è così perché patriarcale, e il patriarcato che è così perché capitalistico, non perdendo mai di vista il livello collettivo della questione nucleare e quello privato della violenza di genere, anzi, obliterando in modo efficace il tutto per ricordarci che tutto questo, collettivo o privato che sia, è comunque cosa politica che riguarda ognuno di noi.

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