A CHIARA, LA CONCLUSIONE DI UNA FATICOSA RISALITA, FISICA E IDEALE, PER SFUGGIRE A UN’IDENTITÀ SEGNATA

Carpignano è un cineasta che sa osservare, che sa vivere in prima persona e filmare gli spazi e i tempi dei suoi eroi minimi. La stoffa è quella del documentarista, anche se l’ambizione è quella del cineasta totale. Premiato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e ora al cinema.

Roberto Manassero, giovedì 7 ottobre 2021 - Focus

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Swamy Rotolo (20 anni) 14 agosto 2004, Gioia Tauro (Italia) - Leone. Interpreta Chiara nel film di Jonas Carpignano A Chiara.

Con A Chiara Jonas Carpignano ha concluso la trilogia di film ambientati tra Gioia Tauro e Rosarno, nella Calabria degli immigrati dall’Africa subsahariana sfruttati nei campi di agrumi (Mediterranea, 2015), dei rom accampati in baraccopoli ai confini della città (A Ciambra, 2017) e della borghesia cittadina che dietro la facciata rispettabile nasconde l’affiliazione alla ’ndrangheta, come si racconta per l’appunto in questo ultimo lavoro, premiato a Cannes con il Label Europa Cinemas Cannes per il Miglior film europeo.

Il cinema di Carpignano, newyorchese di nascita ma italiano e caraibico di origine, cineasta apolide e viaggiatore, rimanda al metodo di molto cinema contemporaneo, dalle indagini tra le strade di Tijuana di Jean-Charles Hue, al lavoro sui bassifondi delle città americane di Sean Baker, all’attraversamento delle banlieue parigine di Alice Diop in Nous, vincitore quest’anno della sezione Encounters della Berlino. 

Con questi esempi di cinema di ricerca e ripresa del reale (per quanto, almeno nel caso di Sean Baker, profondamente confuso con la finzione), Carpignano condivide l’interesse per un ambiente e i suoi molteplici livelli sociali; la voglia di indagare un mondo e le macro e microstrutture che lo sottendono. 

La trilogia è composta coma un risalita – fisica e ideale, con il passaggio dall’Africa all’Europa – dalla condizione di diseredato di Koudous Seihou, il cittadino del Burkina Faso al centro di Mediterranea, a quella di straniero di Pio, il sedicenne rom di A Ciambra, a infine quella di estranea al proprio ambiente di Chiara, la protagonista dell’ultimo film. Come se, procedendo dal basso verso l’alto, Carpignano si preoccupasse di sradicare le sue creature dall’ambiente in cui le ha collocate.

L’ormai consolidata abitudine di girare un cortometraggio in preparazione al lungo – A Chjàna (2011) per Mediterranea, A Ciambra (2014) e A Chiara (2021) per i successivi film omonimi – chiarifica una pratica di avvicinamento e conoscenza che lascia agli interpreti dei film di Carpignano, scelti fra gli abitanti di Gioia Tauro e dintorni, il tempo di trovare dentro di sé, e dentro il film, i personaggi che li caratterizzano.

In tal senso, A Chiara è il film più narrativo della trilogia, un racconto di formazione che si apre e si chiude in maniera speculare e non nasconde la propria derivazione fiabesca, anche a costo di dare al proprio racconto un ingombrante senso d’artificiosità. Il buco che Chiara, ragazzina costretta a fare i conti con la sparizione del padre, trova nella sua abitazione ha tutti gli elementi per ricordare la tana del coniglio di Alice nel paese delle meraviglie. È l’ingresso di un abisso che porterà la protagonista – interpretata dalla brava Swamy Rotolo, l’unica interprete del film a reggere la finzione in ogni sua deriva – dentro un incubo la cui sola possibile conclusione sarà un brusco e definitivo risveglio.

Come Pio in A Ciambra, adolescente dal destino segnato, anche Chiara sfugge a un’identità segnata; ma diversamente da quanto succede nel film precedente, ora Carpignano prevede la fuoriuscita da Gioia Tauro, la possibilità di fuga per il suo personaggio e anche per sé stesso, in quanto regista giunto oramai alla fine di un percorso

Carpignano è un cineasta che sa osservare, che sa vivere in prima persona e filmare – come ad esempio nella bellissima sequenza iniziale del compleanno – gli spazi e i tempi dei suoi eroi minimi. La stoffa è dunque quella del documentarista, anche se l’ambizione – per ora non ancora definita e acerba – è quella del cineasta totale.

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